Sono Massimiliano Brambilla. Sono nato a Milano, ho trascorso la mia infanzia e adolescenza da bambino felice nella mia città.

Educazione religiosa alle elementari (Suore orsoline) e laica alle medie (Istituto San Celso). Ho fatto il liceo classico al Tito Livio dove ho trascorso 5 anni di grande piacere e stimolo intellettivo.
Bambino e ragazzino impegnato: inglese e tedesco di studio, agonista di canottaggio, suonatore di chitarra... insomma i miei non mi hanno fatto mancare nulla...

La medicina mi ha sempre affascinato soprattutto nei suoi aspetti anatomici. Scoprire il corpo umano ed i suoi misteri era uno dei miei svaghi già quando ero adolescente.
Mi è sembrato naturale quindi iscrivermi alla facoltà di medicina.

Entrai quindi all’Università di Milano. Del primo anno ricordo l’incontro con due grandi figure di ampia cultura ed umanità infinita, due grandi storici della medicina, Bruno Zanobio e Giuseppina Bock Berti, che mi fecero scoprire l’umanesimo della medicina e quanto questa fosse agganciata alla filosofia. Mi dissero che se la facoltà di medicina si era staccata solo nel 1920 dalle facoltà filosofiche e fino a quella data non faceva pare delle facoltà scientifiche c’era pure una ragione... ed avevano ragione. La medicina non è solo tecnicismo, c’è molto, molto di più. Medicina non è solo dare una compressa o salvare il paziente con il migliore dei gesti chirurgici; è molto di più: è saper ascoltare e capire i mali che si vedono e quelli che non si vedono, è vedere i mali del fisico ed intravedere i mali dell’anima, è dare ascolto e trovare la parola giusta per dire che c’è speranza o che non ce n’è.
Terminato il primo anno sentivo la necessità di vivere l’ospedale da vicino. L’opportunità venne da un congresso celebrativo che si svolgeva alla clinica Mangiagalli ed in cui fui coinvolto dagli storici medici. Nell’occasione ebbi a conoscere un altro personaggio chiave della mia vita, Laura Sanchioni, una appassionata anatomopatologa, tra le massime esperte di malformazioni congenite, grande ed eclettica personalità che mi appassionò alla materia facendomi scoprire le aberrazioni che la natura può creare. Frequentavo con passione il reparto ed un giorno, mentre stavamo facendo un'autopsia di un neonato malforme che aveva anche un labbro leporino, Laura mi disse di bussare alla porta del reparto di chirurgia plastica dove i labbri leporini venivano curati per vedere come la natura potesse essere riparata.
Il gioco era fatto.

Era il secondo anno di università ed entravo a frequentare nel reparto di chirurgia plastica. Il reparto, quello dove tutt'oggi lavoro, aveva grande storia e fama. Era stato fondato negli anni 30 da Gustavo Sanvenero Rosselli, padre della chirurgia plastica italiana. Chi ci lavorava si portava dietro quel fardello di eredità. Feci in tempo a conoscere Franco Mussinelli che aveva condotto il reparto per vent’anni. Me lo ricordo come un omone molto serio. Ma non ebbi la possiblità di conoscerlo perché morì da li a poco. Subentrò Armando Carù che della cura del labbro leporino e della malformazione congenita aveva fatto una ragione di vita. Con lui lavoravano altri chirurghi a cui devo molto per la mia crescita, tra loro Tito Cipollini e Franco Campagna con il quale tuttora lavoro. Le specialità del reparto erano le malformazioni congenite. Il reparto era veramente grande: sezione bambini, donne e uomini per un totale di 40 posti letto.
Le mie giornate errano densissime: frequentavo al mattino il reparto di chirurgia, al pomeriggio andavo in anatomia patologica per le attività dissettorie e... alla sera frequentavo l’università nei corsi per studenti lavoratori...
Per fortuna che da sempre dormo 5-6 ore per notte
Trovavo tutto interessante, mi cibavo di tutto quello che vedevo ed ero sempre emozionato.
Devo dire che l’emozione per il mio lavoro non mi ha mai lasciato un attimo. Continuo a ringraziare il cielo tutte le mattine perché faccio un lavoro che amo e mi appassiona. Non puoi pensare che la medicina sia un semplice lavoro. È infinitamente di più: è coinvolgimento totale.
Davo gli esami ed andavano bene. Avevo trovato un metodo di studio. Non sono mai stato uno mnemonico puro, quindi applicavo quello che studiavo alla pratica e così mi divertivo a studiare e divertivo anche i miei docenti perché agli esami, per dare il meglio, mi immaginavo di avere davanti un malato con quella malattia e di parlare al docente di quel malato con quella malattia e non solo della malattia
Laura Sanchioni mi introdusse a quell’epoca anche alla PNL, la programmazione Neurolinguistica, branca della psicologia applicata che all’epoca cominciava a muovere i primi passi in italia e che aveva come magiter un’altra figura a cui devo molto: Gianni Fortunato. Questo incontro fu un catalizzatore. Imparare la lettura veloce a 22 anni non ha lo stesso impatto di quando la impari a 40, imparare a leggere nelle parole, fu un gran dono per il quale ringrazierò per tutta la vita.
Passavo veloci gli anni e cominciai a preparare la tesi. Il tema era "le malformazioni congenite dei genitali esterni". Feci una tesi di ricerca. La compilazione durò 3 anni. Il lavoro fu entusiasmante, non ostante i mille impegni mi laureai nel 1992 a 25 anni.
E come disse allora il mio amico Tito Cipollini “ è solo ora che si comincia a ballare"... ed aveva ragione.
Riuscii ad accedere alla scuola di specialità in chirurgia plastica nello stesso anno. Feci diversi concorsi e fui primo a Pavia, dove di specializzandi, Giorgio Boggio Robutti, ne prendeva uno solo all’anno... Boggio Robutti, il professore, fu per me una figura importante. Era stato l’ultimo degli allievi diretti del grande Sanvenero Rosselli ed era stato il primo a dare dignità alla chirurgia estetica in seno alla chirurgia plastica.
Lavoravano insieme al professore, altre due figure:Angela Faga, che poi ebbe ad ereditare il reparto ed Elio Caccialanza “il Caccia” a cui devo molto della mia formazione chirurgica.
Ringrazierò sempre Boggio Robutti di avermi dato la grande possibilità di girare per il mondo andando a frequentare quei reparti che, su suggerimento suo e di altri, potevano essere i migliori per la mia crescita professionale. Trascorsi allora lunghi periodi negli stati uniti: San Diego (UCSD), Los Angeles (UCLA), Texas (Dallas University), inframmezzando le frequentazioni con partecipazione a congressi un po' ovunque. A Berlino conobbi poi un altro pilastro della mia professione Richard Sadove. Era l’allievo prediletto di Charles Horton, il padre della moderna chirurgia dei genitali esterni. Era a Lexington (Kentuky) e quando si spostò a Tel Aviv (Israele) mi chiese se avessi voluto seguirlo. Lo feci e trascorsi un anno incredibile per formazione e cultura generale.
Tornai poi a Pavia, la tesi di specializzazione inombeva. 5 anni erano trascorsi in un batter d’occhio. Incredibile, mi sembra ieri ed è passato tanto tempo.
Specializzatomi a 29 anni nel 1997 con una tesi sui difetti delle protesi mammarie che mi valse l’odio delle ditte produttrici, dovetti scegliere che fare e dove andare: andare all’estero o stare in Italia?? Avevo ottime proposte dagli States e 3 interessanti proposte per rimane rimanere in Italia. Ma quando mi annunciarono che c’era un concorso per poter tornare nel reparto dove avevo iniziato, il reparto dove la chirurgia plastica era iniziata in Italia, non ebbi dubbi. Volevo tornare a lavorare a Milano, continuare con una tradizione che mi sentivo addosso. Era il 1997 e vinsi il concorso per dirigente medico dell’UO Complessa di Chirurgia Plastica Ricostruttiva degli allora Istituti Clinici di Perfezionamento. Primario era ancora Armando Carù. Le specialità le stesse di un tempo: le malformazioni congenite, soprattutto labbro leporino e genitali. Si affacciava allora quella che poi sarebbe divenuto il nostro cavallo di battaglia: la chirurgia della mammella.
Passaggio chiave in tal senso fu il passaggio di consegne da Carù a Silvano Poma, chirurgo generale e plastico che si era da sempre occupato di chirurgia oncologica della mammella. Nel corso di qualche anno alle specialità che ci erano proprie si aggiunse la chirurgia oncoplastica della mammella.
I numeri crebbero talmente da rendere tale patologia preponderante rispetto agli altri interventi. Iniziammo anche un ambulatorio per le pazienti portatrici di protesi mammarie.
Confesso che all’inizio ero scettico e mal accettavo di mischiare la chirurgia plastica e quella generale, mi sembrava innaturale, che c’entrava il chirurgo plastico con le mastectomie, le dissezioni del cavo ascellare, le quadrantectomie? Nel corso dei mesi iniziai però a capire che così non era, era un valore aggiunto, si trattava di una svolta epocale nel trattamento del cancro della mammella. Era il passaggio dalla chirurgia demolitiva e ricostruttiva come due momenti diversi al concetto dell’oncoplastica che oggi è unanimemente accettato: essere massimamente radiali ma con un occhio contestuale alla ricostruzione.
Nel contempo ho continuato ad occuparmi dei settori che ancora in chirurgia ricostruttiva mi appassionano: la chirurgia dei genitali, le malformazioni congenite e la chirurgia del distretto orbitario.
Nel 2008 siamo stati annessi alla grande chirurgia generale diretta dal prof Roviaro che ci ha permesso non solo di mantenere la nostra attività ma addirittura di incrementarla, incentivando anche l’attività di ricerca che un po’ languiva.
Sono stato coinvolto in progetti sulle malattie rare come la neurofibromatosi e sindrome di Poland, in progetti di studio sui melanomi ed i tumori cutanei.
Da due anni collaboro attivamente a progetti sulle staminali coltivate da tessuto adiposo, lavoro impegnativo ma gratificazione enorme. La ricerca mi è sempre un po’ mancata perché come ebbe a dire un mio primario quando chiesi di essere messo meno in sala operatoria per poter fare un po’ di ricerca “Brambilla, tu sei uno nato per la sala operatoria, sarebbe un po’ come togliere l’operaio dalla fonderia”. È vero così mi sento anche ora. Amo operare, mi piace e non mi stanca ma l’attività speculativa e di ricerca mi emoziona. Lavorare con le staminali mi fa sentire un po’ come sulla Discovery di Star Trek. È un altro aspetto della mia professione che mi affascina.

Da 10 anni poi mi reco periodicamente in Africa. Per 5 anni sono andato nel nord del Benin, da 5 vado nel sud del Togo. Gli ospedali–missione sono stati fondati dai Fatebenefratelli. Lì ho avuto modo di conoscere una delle persone più incredibili sulla faccia del pianeta: Fra Fiorenzo Priuli, un uomo venerato come un santo vivente, stimato a tal punto da ricevere la Légion d’honneur, massima onorificenza francese, si iscrisse alla facoltà di medicina quando aveva oramai alle spalle 20 anni di sala operatoria e miglia di interventi di chirurgia maggiore. Che soggetto... a lui devo la tenacia che ti fa andare avanti per ore in sala operatoria senza sentire la stanchezza. Lui la chiama missione e dà connotati impregnati di misticismo, io la chiamo missione e ne do un valore più laico ed umanitario. Ma diciamo e pensiamo la stessa cosa.

La mia specialità ha molteplici aspetti. Oltre a quello ricostruttivo c’è quello estetico. Non solo non trovo che siano conflittuali anzi... alla chirurgia estetica arrivi progressivamente: prima passi dalla chirurgia generale poi alla plastica ricostruttiva, poi arrivi alla chirurgia estetica. Ma sono passi che devono essere progressivi. Per carità, ci sono molti chirurghi che tagliano il percorso per arrivare direttamente alla chirurgia estetica. Si tratta quasi sempre però di una scelta motivata non da interesse ma da ragioni economiche. Ho conosciuto medici che si dilettavo di chirurgia estetica che facevano gli epatologi e gli anatomo patologi, i chirurghi ortopedici ed i ginecologi. Ma che c’entrano fegato, cadaveri, ginocchia e papera con la chirurgia estetica? Mah... Quello che penso è che una specializzazione in mano non è detto che certifichi che sai lavorare ma almeno ti dovrebbe qualificare per un lavoro che specificamente hai imparato in 5 anni di training ministeriale.
Conosco anche chirurghi che fanno chirurgia estetica in modo onesto e non hanno la specialità e sono quei pochi che lo hanno scelto per passione e non per ripiego di guadagno.
Quello che ripeto sempre ai miei studenti, è che la differenza tra un professionista ed un improvvisato non sta nella qualità del lavoro di base che può essere simile ma nella chirurgia estetica fine ed avanzata e soprattutto nella gestione delle complicanze.

Lo stesso vale per la medicina estetica. Purtoppo la maggior parte di coloro che si avvicinano oggi alla medicina estetica lo fa per motivi economici e non per libera scelta professionale motivata dal piacere di fare qualcosa che realmente piace. Quando tengo corsi ai medici estetici in formazione mi ritrovo spesso figure professionali un po’ annacquate che non parlano mai di pazienti ma di clienti. E io mi arrabbio e inveisco. Siete medici e dovete trattare chiunque venga da voi da paziente e non da mero fruitore di un servizio. La medicina non deve vendere un servizio ma offrire il meglio che si possa secondo il concetto del “pater familas” che fa del suo meglio per il bene della comunità.
Da quando ho inziato la specialità mi occupo di complicanze da filler, problematica molto viva, di cui oggi si parla spesso ma che per anni mi ha visto come uno dei pochi paladini della materia (spesso coperto di insulti dalle dite produttrici e dai colleghi che iniettavano senza scrupoli silicone liquido e metacrilati).
La serietà e la professionalità pagano sempre.

Dal 1998 sono anche perito del tribunale di Milano dove vengo chiamato sia per dare pareri in cause civili che penali. Cerco di fare il mio lavoro in modo obiettivo e massiamanet professionale, motivamdo le mie valutazione nel modo più scientifico possibile. Giudicare l’operato di altri colleghi non è mai cosa piacevole ma ho sempre pensato che fosse meglio che un danno di chirurgia plastica potesse essere giudicato da un chirurgo plastico piuttosto che da un ortopedico.

Ma la vita non è solo lavoro. Ho sempre detestato quei colleghi con cui puoi parlare solo di lavoro, anche davanti ad un Negroni, in totale relax.
La chirurgia è buona parte della vita ma c’è anche altro.
Un ruolo fondamentale ce l’ha la famiglia (e io ne ho una splendida), un ruolo importantissimo le amicizie, un ruolo altrettanto importante le passioni.

Tra le amicizie ne vanto molte tra i miei colleghi ma è soprattutto nel mondo dell’arte che ho trovato un sentire comune. Amo l’arte, soprattutto arte moderna e quella contemporanea e astratta. Mi piace la pennellata energica, decisa, non leziosa che emana energia. Tra i miei favoriti i futuristi alla Balla, i russi geniali come Kandinsky, Rothko e Malevich. Rimango impietrito davanti alla potenza di Bacon. Nel contemporaneo mi piace la concettualità di Kiefer, le istallazioni di Hirst e le provocazioni di Cattelan. Adoro, e non solo per stretta amicizia, le opere di Nino Mustica di cui per altro mi circondo, la sua geniale astrazione, la sua vicinanza per potenza a quel futurismo che ancora mi affascina. Non mi fa impazzire l’arte contemporanea cinese sebbene debba riconoscere la grandezza di alcuni di loro.
Trovo buffe le perfomance di Orlan, grandiose le istallazioni di Greenaway (che è anche il mio regista preferito). Mi piace la fotografia, soprattutto gli scatti di guerra alla Capa e la perfezione tecnica di Mapplethorpe.

Mi piace molto la scultura ed il mio occhio privilegia la perfezione del periodo classico e la perfezione di forma. Ne è appagata più la parte razionale che è non quella emotiva. Trovo la perfezione di forma opera di altissimo artigianato ma talvolta priva di quella componente emotiva che mi possono dare delle pennellate disordinate o una forma magmatica. Con questo non voglio dire che il David di Donatello o le opere del Canova non trasmettano emozioni, anzi... è come guardare una donna perfetta ma algida.

Amo la natura e gli sport di montagna. Sono cresciuto sugli sci e da oltre 10 anni faccio solo snowboard. Trovo che permetta di esprimere in modo più libero e fluido il movimento e che dia più spazio alla fantasia del corpo. Tutto l’anno volo. Faccio parapendio. Volare è bellissimo e liberatorio. Quando trovi una termica (aria calda) e voli in una bolla ascensionale seguendo un’aquila, allora è l’apogeo.
So di fare un lavoro complesso, spesso stressante, che mette a dura prova le coronarie. La contemplazione dell’arte e l’attivismo dello sport (estremo ma non troppo) riequilibrano lo spirito.

Amo la musica. Mi sveglio e ascolto la radio. Amo il jazz, soprattutto il free jazz anni 70. Dizzy Gillespie e Miles Davis le mie trombe favorite, in Italia Boltro e Bosso sono grandi. Rava è il migliore ma trovo talvolta debordi nell’eccessiva introspezione che finisce poi per stancarmi. Ascolto volentieri i virtuosismi di Michel Camilo e vedrei mille volte lo stesso video di Petrucciani che mi ricorda un concerto incredibile.
Mi piace anche il rock, l’energia dei Red Hot Chili Peppers e i Franz Ferdinand, mi piace il rap ma solo se molto impegnato o impregnato di citazioni jazz.

Amo i cani, ho un meraviglioso alano blu di 6 anni.

Amo viaggiare. Fin da piccolo la mia famiglia girovagava in tenda per l’europa e l’asia minore e l’africa occidentale. Sono cresciuto con il piacere di viaggiare come avventura, dell’incontrare gente nuova ed immergermi in nuove culture. Ho avuto un primo grande amore per il sud america, ricordo come fosse ieri il primo meraviglioso viaggio durato due mesi dal Cile all’Ecuador, l’attraversata a piedi del Costa Rica con un gruppetto inglese di trekker estremi, la Darién Gap, il Centro America visitato più volte. Poi mi sono innamorato dell’oriente. Ho avuto la fortuna di viaggiare in un Pakistan ancora tranquillo e raggiungere Kabul in tempi duri ma non durissimi. Poi la Cambogia nazione vergine o per essere siceri a cui la verginità era stata restituita a forza. Ci misi piede dopo che Pol Pot era fuggito da 10 giorni. Ci tornai altre due volte ma non era più lo stesso e viaggiare aveva perso quell’emozione vissuta qualche anno prima. Poi Vietnam, Indonesia dall’ovest all’estremo est, le Filippine del sud, la Thailandia di amici che ci hanno salutato investiti da quella spaventosa onda anomala. Della Cina ho visitato solo due province e non l’ho ancora capita; in Africa ci vado anche per lavoro un mese all’anno che fascino pazzesco, l’unico continente in cui viaggiare sia ancora avventura vera...
Negli States ci ho passato tanto tempo. Grande paese ma difficile vivere nella provincia. In Israele ci ho vissuto. Erano tempi tranquilli, stranamente nessuno si faceva esplodere...


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